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Di “The Mocker” via The Australian, 2 agosto 2018

(…) Se da una parte [il Global Compact delle Nazioni Unite] elenca le solite noiose banalità, dall’altra insinua l’idea che la sua narrazione non possa essere sfidata. Per esempio specifica che gli Stati firmatari devono mettere in atto campagne di informazione «con un punto di vista il quale sfati le narrazioni fuorvianti che generano percezioni negative dei migranti». I mezzi attraverso i quali questo Patto tenta di influenzare la discussione domestica sull’immigrazione non si limitano al mero politicamente corretto. Piuttosto l’intenzione è creare un effetto dissuasivo attraverso la paura di una sanzione.

Si prendano questi eufemismi. I firmatari saranno obbligati a «promuovere attività giornalistiche indipendenti, oggettive e di qualità da parte delle testate, inclusa l’informazione online, anche attraverso la sensibilizzazione e l’educazione dei professionisti del mondo dei media sui temi e la terminologia legati all’immigrazione». Potrete essere certi che le prime organizzazioni giornalistiche obiettivo di tutto ciò saranno quelle che parlano di immigrati illegali o di gang criminali sudanesi. Ma che succederà a quei giornalisti che rifiuteranno di essere “sensibilizzati” o “educati”?

Per farla breve, saranno censurati. Se pensate che questa sia un’esagerazione, ricordate che lo stesso Patto invoca «il blocco dell’allocazione di fondi pubblici e del sostegno materiale a quelle testate giornalistiche che promuovono in maniera sistematica intolleranza, xenofobia, razzismo e altre forme di discriminazione verso i migranti». A mo’ di aggiunta ironica, si dice che questo dev’essere fatto «nel pieno rispetto della libertà dei media».

Potreste pensare che simili preoccupazioni siano soprattutto teoriche, visto che i nostri media nazionali – come ABC – già rispettano la linea dell’ONU, e visto che la maggior parte dei media australiani non dipende da finanziamenti pubblici. Ma tenete a mente che anche le frequenze pubbliche costituirebbero “sostegno materiale”, nel qual caso il governo sarebbe obbligato a cancellare la licenza di una rete televisiva o di una stazione radio giudicata offensiva. Vi immaginate qualcuno tipo Tim Soutphommasane, il Commissario sulle discriminazioni etniche della Commissione australiana per i diritti umani, col potere di prendere una decisione simile? Davvero vogliamo che questi accoliti dell’ONU passino al vaglio ciò che i giornalisti australiani scrivono e decidano quale terminologia sia ritenuta accettabile? (…)

Continua a leggere su The Australian (in inglese)

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