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scrive il Figaro (30/11/2018)

Sabato, 24 novembre, da un lato c’erano i ‘gilet gialli’ e dall’altro, #NousToutes. Da un lato, la protesta contro l’aumento delle tasse sul gasolio, dall’altra ‘contro la violenza contro le donne’. Da una parte, la Francia periferica, le classi lavoratrici, i dipendenti, i commercianti, i lavoratori, la maggioranza dei bianchi tra i 30 e i 50 anni; dall’altra, la Francia delle ‘minoranze’, delle femministe, dell’Lgbt, dei movimenti antirazzisti, degli indigenisti islamici, dei difensori delle donne velate. Da un lato, i social network, dall’altro i media ‘mainstream’; da un lato, la Francia che sta lottando per raggiungere gli obiettivi di fine mese; dall’altro, la Francia che ha molti sussidi pubblici”. Così il polemista Eric Zemmour. Da un lato, secondo il giornalista del Figaro, ci sarebbe un popolo ostracizzato dall’élite e dai media, diffamato e deriso, trattato come “fascista”, mentre la manifestazione per le donne, al contrario, è esaltata e glorificata da tutti i media. E’ anche la crisi della sinistra, che “da molti decenni, dalle università ai media ai partiti politici, ha scelto di celebrare le minoranze e di dimenticare i lavoratori e gli impiegati, colpevoli di cattivi pensieri ‘razzisti’ o ‘omofobi'”. Zemmour li chiama “nuovi sacerdoti del pensiero giusto” e che, “in nome dell’internazionalismo hanno abbandonato il popolo francese”. “Le due manifestazioni dello scorso sabato hanno incarnato due popoli, due Francia, due mondi. Il ‘gilet giallo’ è il ‘vecchio e caro paese’ del generale de Gaulle; rifugiati in aree lontane dalla metropoli dove l’auto è il loro strumento di sopravvivenza. La processione femminista incarna la metropoli francese, la Francia globalizzata, l’alleanza tra centri urbani e periferie. Questi due paesi non vivono più insieme; non si parlano più, non si capiscono più. Si disprezzano e si odiano a vicenda”.

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