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scrive il New York Times (8/12/2018)

“Penso che sia stata una cosa buona e necessaria che l’alta borghesia americana si sia diversificata e che più afro-americani, ebrei e cattolici (come me) e donne ora condividano privilegi e poteri, una volta riservati agli uomini bianchi protestanti” scrive Ross Douthat nella sua column sul New York Times. “Ma penso anche che non sia stato saggio abbandonare una concezione aristocratica in favore di una meritocratica. L’ideale meritocratico finisce per essere antidemocratico come la vecchia enfasi sull’eredità e la tradizione e forgia un’élite che ha i vizi dell’aristocrazia (privilegio, insularità, arroganza) senza il senso del dovere, l’autocontrollo e la noblesse che obbligavano i ‘wasp’ (bianchi anglosassoni protestanti) a dare il meglio di sé”. Per “wasp” Douthat intende un tipo specifico di élite americana, “per la maggior parte proveniente dalle chiese protestanti del nordest, concentrati in poche città (Boston, Philadelphia, New York, più alcuni avamposti del Midwest e della California), generalmente associati al Partito Repubblicano (con disertori occasionali come Franklin Delano Roosevelt), che dominavano un particolare insieme di settori (accademico, finanziario, politica estera) e condividevano il codice di servizio e la pietà e le buone maniere che definivano la carriera di Bush senior”. Poi i “wasp” hanno deciso di sciogliere la propria aristocrazia e trasformare le università in un sistema di opportunità di massa. Ma non ha funzionato. “La meritocrazia segrega il talento piuttosto che disperderlo. E l’élite meritocratica tende inevitabilmente all’aristocrazia”. Adesso si è imposta, conclude Douthat, una meritocrazia della “diversità”, una sorta di “upper class di massa segregata dalle periferie demoralizzate”.

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