Condividilo

Sostiene Lauren Fidès su Le Figaro

Laurent Fidès è un professore universitario di Filosofia, già allievo della prestigiosa École normale supérieure, autore del saggio “Face au discours intimidant: Essai sur le formatage des esprits à l’ère du mondialisme”. Intervistato dal quotidiano francese Figaro a proposito del Global Compact, o Patto di Marrakech sull’immigrazione, voluto dalle Nazioni Unite e di recente elogiato da Papa Francesco, Fidès esordisce sostenendo che l’accordo contiene pure riflessioni condivisibili. Come l’auspicio di “migliorare la cooperazione in materia di immigrazione internazionale” o il tentativo di “creare delle condizioni che permettano alle comunità e agli individui di vivere in sicurezza e dignità nel proprio Paese”: “Ma queste citazioni – dice Fidès – non riflettono lo spirito del Patto che al contrario ha l’obiettivo di accompagnare il processo migratorio facilitandolo e organizzandolo su grande scala. La maggior parte degli articoli del testo in effetti poggia su due presupposti principali. Il primo è che l’immigrazione sia diventata un fenomeno normale che discende dalla globalizzazione e il secondo è che tale fenomeno sia un’ottima occasione, in particolare dal punto di vista economico”.

“Le migrazioni, che ‘hanno sempre fatto parte dell’esperienza umana dall’inizio della storia’”, continua Fidès citando il Migration Compact, “sono presentate come ‘fattori di prosperità, di innovazione e di sviluppo sostenibile’. Niente, o quasi, si dice del loro impatto sulle popolazioni che accolgono gli immigrati: il problema è trattato semplicemente con l’obiettivo di garantire le condizioni di accoglienza, ampiamente dettagliate attraverso una miriade di raccomandazioni. Contrariamente a quello che si cerca di farci credere, non si tratta semplicemente di un testo tecnico che punta a gestire al meglio un problema che dobbiamo affrontare collettivamente. Si tratta di un testo il cui orientamento è nettamente ideologico”.

Da più parti si è fatto osservare che il Migration Compact dell’ONU, comunque, non è giuridicamente vincolante. “Un’antica questione, quella della vincolatività in ambito sovranazionale, che interroga e angustia politici e giuristi dai tempi di Kant e del suo progetto di società delle nazioni. Tecnicamente, se ci si attiene alla lettera del Patto, gli Stati rimangono sovrani nella gestione della loro politica migratoria. (…) Ma ciò non rende quello del Patto un testo anodino. Pur non essendo vincolante per gli Stati, questo testo li esorta comunque a esercitare una pressione sulla loro popolazione per far accettare l’immigrazione come il destino naturale dell’umanità. Si tratta di spingere i Paesi di accoglienza a piegarsi; questi non hanno più voce in capitolo ma devono accettare le condizioni del grande mercato mondiale che è in cerca di ‘competenze disponibili’. Qui si può notare anche una malcelata offensiva contro quegli Stati che proteggono le loro frontiere. ‘E’ fondamentale che le sfide e le opportunità delle migrazioni internazionali ci uniscano, che non ci dividano’. In altre parole, occorre fare fronte comune contro l’Italia, l’Ungheria, l’Australia e altre pecore nere della mondializzazione felice. Ogni Stato firmatario fa atto d’obbedienza a una politica esplicitamente immigrazionista. Questa politica comprende un programma completo, con raccomandazioni in materia di educazione, alloggio, ricongiungimento familiare, controllo mediatico. Se non è giuridicamente vincolante, è perlomeno prescrittivo dal punto di vista politico”.

Il filosofo francese intervistato dal Figaro è inoltre allarmato dai riferimenti contenuti all’articolo 17 del Migration Compact, lì dove si chiede di “eliminare tutte le forme di discriminazione e di incoraggiare un dibattito pubblico fondato sull’analisi dei fatti al fine di far evolvere il modo in cui le migrazioni sono percepite”. “Questo riferimento al ‘dibattito pubblico’ è pittoresco visto che è noto fino a che punto l’immigrazione sia un soggetto tabù che, almeno in Francia, espone ogni opinione non conforme alla demonizzazione o all’esclusione. Un dibattito la cui conclusione è decisa in anticipo non è altro che un’operazione di manipolazione degli animi. Ciò che è ancora più inquietante è l’inquadramento dei media, annunciato attraverso il controllo della ‘lessico relativo all’immigrazione’, l’istituzione di ‘norme deontologiche’ per i giornalisti e una pressione finanziaria sui media alternativi che diffondono, ça va sans dire, l’intolleranza, la xenofobia e il razzismo. E’ ben noto che la deontologia giornalistica esiste già negli Stati moderni e che in realtà nessun giornalista è incline a giustificare il razzismo, ma queste utilizzate dal Patto sono espressioni in codice per imporre delle norme linguistiche e per limitare la possibilità di esprimersi se non all’interno di quella che viene definita ‘zona di ammissibilità’, uno spazio discorsivo simbolizzato dalla famosa ‘linea rossa’ che non va oltrepassata. (…) Il patto in questione utilizza molti degli strumenti della ‘dialettica intimidatoria’ che analizzo nel mio libro, in particolare la colpevolizzazione e il ricatto compassionevole. (…) In sintesi: o siete con noi oppure siete dei mostri. Ecco un bell’esempio di ‘falso dilemma’, classica trappola da tempo conosciuta dagli studiosi di retorica ma che funziona assai bene”.

In conclusione, secondo Fidès, “non bisogna sovrastimare la portata [del Migration Compact], sarebbe ridicolo farlo, ma non bisogna nemmeno sottostimare ciò che esso rappresenta una volta che sia letto in prospettiva”.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here