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scrive Eric Zemmour su Le Figaro (20/12/2018)

“Già Marcel Proust diceva che si scrive sempre lo stesso libro”, sostiene Eric Zemmour. “L’ultima opera di Ingrid Riocreux lo attesta ancora una volta. La nostra professoressa associata di Lettere moderne era uscita dal confortevole anonimato delle aule due anni fa pubblicando un’analisi notevole della lingua dei media, smontando con sagacia, mista a una divertente ironia, il gergo e i non detti, gli errori di grammatica e quelli fattuali, di tutti i grandi preti e dei piccoli abati mediatici, del giornalismo scritto o audiovisivo. Come sempre dopo l’uscita di un libro riuscito, ci si accorge che altri, prima di noi, anni prima, o decenni, o magari anche secoli prima, hanno già scritto tutto e meglio sull’argomento. Senza sorpresa, Ingrid Riocreux ha ritrovato in Balzac o in Maupassant una denuncia feroce delle abitudini della stampa che non ha preso una ruga: niente di nuovo sotto il sole, a parte la tecnologia. Questa lezione di umiltà è allo stesso tempo un incitamento a ricominciare, perché la lettura dei grandi dei tempi passati ci solleva sulle spalle di giganti donde si vede più lontano e più in grande. Così va la vita intellettuale da lustri e così va la vita editoriale di Ingrid Riocreux che scava nuovamente lo stesso solco, ma arando sempre più in profondità”.

Dal libro emerge che “i giornalisti non approvano che due sentimenti di appartenenza: il comunitarismo, in particolare regionalista, che fraziona la comunità nazionale; e l’europeismo che la trascende. Più piccolo o più grande, tutto salvo che la nazione. Il nostro specialista in retorica, stilistica e grammatica, riprende il suo lavoro di scardinamento così utile. Lei si ricollega con gli stessi temi rinnovandoli, punta il suo dito burlone verso le eterne bugie e dissimulazioni, partito preso e paura di ‘fare il gioco di …’. I temi principali sono quelli attesi: immigrazione, Islam (“Il jihadismo non ha nulla a che fare con l’Islam”), la psicologizzazione e la psichiatrizzazione degli atti per dissimulare meglio i movimenti ideologici e religiosi, ma anche il femminismo (“gli assassinii coniugali commessi dalle donne sono perdonabili e quelli commessi dagli uomini sono scandalosi”), l’omosessualità (l’incredibile potenza di fuoco della lobby LGBT) o ancora i cattivi che sono sempre cattivi come Putin o Trump, o i gentili che sono sempre gentili come Obama. Ingrid Riocreux analizza con finezza le molle ideologiche della doxa mediatica”.

Poi “descrive i metodi di trasmissione dell’unanimismo da gregge, in particolare i centri di formazione dei giornalisti (che hanno lo stesso ruolo di unificatore ideologico che gli istituti di formazione dei professori) che preparano con rara efficacia questa ‘convergenza spontanea’ molto ben descritta dal sociologo dei media Alain Accardo. Dopo altri, lei osserva il ruolo di cane da guardia del sistema giocato ormai dai comici, coloro che lei qualifica come ‘luogotenenti dei giornalisti’. E punta con pertinenza alla ‘la tendenza globale dei media di considerarsi come la coscienza morale della nostra società (…) Come la parola di Dio fa accadere il reale, i giornalisti sembrano pensare che la loro parola abbia il potere di far accadere ciò che è. Da questo, all’incontrario, tacere una realtà contribuirebbe a relegarla nel non essere, come se il silenzio avesse il potere di abolire la realtà’. I media o il partito prete della società moderna. Ingrid Riocreux fa dell’intervistatore editorialista Jean-Michel Aphatie l’incarnazione ridicola di questo Alto Chierico, schizzato come un Trissotin dipinto da Molière: sufficiente quanto insufficiente, arrogante quanto ignorante, vanitoso quanto astioso. Un piccolo cortigiano che si atteggia a grande resistente. Questo libro permette di meglio comprendere il terribile lavoro di indottrinamento della propaganda mediatica che, come i regimi totalitari, si serve della lingua per invadere i nostri cervelli e pervertire i nostri spiriti, per meglio sottometterli alla propria Legge”.

“Contrariamente a quanto ci mette in testa la doxa, c’è una impermeabilità assoluta, nella materia, tra i regimi totalitari ed i metodi che hanno potuto essere utilizzati da alcune democrazie, ed in particolare la più grande tra di loro. Questo capovolgimento di prospettiva storica è la perla del libro. Ricorda, dopo Orwell, che nessun regime politico è risparmiato da questo fenomeno. Dà la sua illuminazione nel sottotitolo dell’opera: ‘Saggio sulle pulsioni totalitarie dei media’. Soprattutto permette di capire meglio il terribile lavorio di indottrinamento della propaganda mediatica che, come i regimi totalitari, si serve del linguaggio per invadere i nostri cervelli e pervertire i nostri spiriti, per meglio sottometterli alla propria Legge. Bisognerebbe d’altronde andare ancora più lontano, liberarsi dalla contemplazione della semplice informazione e dei semplici giornalisti, compiere lo stesso lavoro di analisi e di smantellamento per il resto del paesaggio mediatico, le trasmissioni di cosiddetto divertimento, o di info-divertimento, ma ancora le fiction, dalle serie ai film, dal bifolco Plus belle la vie fino allo chic ‘Made in Hollywood’, perfino le pubblicità o ancora le “campagne di informazione” dei poteri pubblici; questo possente ed irresistibile fiume mediatico che inonda in permanenza i nostri sguardi ed i nostri cervelli, distrugge dentro di noi le ultime dighe che ancora resistono alla propaganda sfrenata dell’ideologia dominante, questo politicamente corretto insieme liberale e libertario, che esalta senza posa gli stessi totem e tabù che Ingrid Riocreux ha con cognizione di causa puntat; questo possente ed irresistibile fiume mediatico di oggi che avrebbe sicuramente fatto sognare gli artificieri di Hitler e di Stalin. Forse per un prossimo libro”, conclude Zemmour.

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