scrive First Things (31/1/2019)

Un manifesto firmato da “trenta Intellettuali pro-Europa”, dove si spiega che “l’Europa sta andando in pezzi davanti ai nostri occhi”, è l’occasione per lo scrittore irlandese John Waters per attaccare un certo europeismo. “Alcuni dei firmatari sono noti: i romanzieri Ian McEwan, Salman Rushdie e Milan Kundera; il giornalista Eugenio Scalfari; il filosofo playboy Bernard-Henri Lévy, autore del ‘Manifesto’. Si considerano ‘patrioti europei’ e predicano la necessità di sollevare i popoli europei ‘sopra loro stessi e il loro passato in guerra’. Ma ciò che difendono veramente è l’oligarchia della burocrazia di Bruxelles, che per molti anni ha minacciato di asfissiare l’Europa. Abbandonano i nomi di Erasmo, Dante, Goethe e Comenius, ma da nessuna parte nel documento appare la parola ‘cristiano’. Il progetto europeo è causalmente correlato al ritiro dell’Europa dalla sua ricca eredità cristiana. Quella ritirata che ha lasciato un vuoto che economia, liberalismo e materialismo non sono riusciti a colmare. Un falso liberalismo ha attaccato e quasi distrutto i tre pilastri fondamentali della società umana in Europa: famiglia, chiesa e nazione. Impiegano il termine ‘populismo’come una parola d’ordine ipnotica per demonizzare coloro che hanno una diversa prospettiva. Naturalmente, la parola è intesa a richiamare l’immagine di una marmaglia ribollente, schiumante e furiosa (…) Quando hanno creato l’inevitabile crisi demografica, gli intellettuali hanno lasciato i loro inchiostri nei calamai. Quando le persone che hanno parlato sono state messe a tacere e ostracizzate, hanno di nuovo tenuto le loro penne nelle guaine. Il fallimento del ‘progetto europeo’ è stato anche un fallimento culturale, artistico e filosofico. Michel Houellebecq a parte, l’Europa nel tempo di quella che viene chiamata ‘Unione europea’ non ha avuto grandi iconografi culturali capaci di evocarne lo spirito, che Houellebecq non adula. La natura burocratica della UE l’ha portata a considerare la cultura come irrilevante, l’anima come un anacronismo residuo, l’identità come un problema e la fede come qualcosa da ‘tollerare’ nel migliore dei casi. In assenza di una visione culturale e spirituale, l’economia è diventata tutto e, inevitabilmente, niente (…) Ora gli intellettuali cercano di coprire le proprie tracce. Ci vorrà molto più di un ricatto morale o una segnalazione di virtù per rimettere insieme le cose”.