scrive il Wall Street Journal (5/2/2019)

“Benvenuti in Venezuela, dove una dittatura militare sta lottando per reprimere una rivolta popolare” scrive Mary Anastasia O’Grady. “Milioni di persone sono tornate nelle strade per chiedere il ritorno alla democrazia. Le forze armate di Nicolás Maduro non hanno sparato sulla folla in questa ultima ribellione. Ma il dittatore ha scatenato una repressione brutale con attacchi chirurgici. Le forze speciali d’intervento della polizia nazionale, un gruppo di commando spietati, hanno saccheggiato quartieri poveri che non supportano più il regime. Le Nazioni Unite stimano che gli scontri violenti hanno causato 40 morti e che oltre 850 dissidenti sono stati arrestati. La resistenza si è diffusa in ogni angolo del paese e in ogni classe socioeconomica. I non iniziati potrebbero chiedersi perché Maduro, che ora soffre anche delle defezioni tra i ranghi superiori della dittatura, pensa di poter resistere. Una ragione importante potrebbe essere quella dei sostenitori stranieri che insistono sul fatto che meriti un ‘dialogo’ con i suoi avversari. Questi sostenitori includono Cuba e la Russia, naturalmente, ma anche il Messico, l’Uruguay, l’alto commissario U.N. per i diritti umani, il Papa e un assortimento di critici americani. Maduro ha capito che una maggiore violenza sprona più richieste di ‘compromesso’ da queste voci. Per quasi 20 anni la Rivoluzione Bolivariana antidemocratica ha promesso la riconciliazione ogni volta che ha affrontato manifestazioni di massa come quelle delle scorse settimane. Decine di democrazie in tutto il mondo hanno riconosciuto il governo di Guaidó e hanno chiesto nuove elezioni presidenziali. Ha il sostegno dell’Organizzazione degli Stati americani, del gruppo di Lima e del Parlamento europeo. Il Venezuela non è diviso. È oltre ogni assurdità suggerire che i venezuelani debbano scendere a compromessi con i ladri barbari che dovrebbero essere processati per crimini contro l’umanità. Maduro dovrebbe considerarsi fortunato se uscirà vivo dal Venezuela”.