scrive Le Parisien (28/2/2019)

Il 16 febbraio, il sessantanovenne filosofo e saggista ebreo Alain Finkielkraut è stato assalito verbalmente a margine di una manifestazione dei gilet gialli a Parigi. “Abbiamo incontrato quest’uomo dal profondo pessimismo” scrive Le Parisien. “Alain era vivace, felice e molto seducente, con un’intuizione delle cose particolarmente accurata”, ricorda Pascal Bruckner, con il quale Finkielkraut ha condotto molte battaglie intellettuali. “’Ma la gravità ha rapidamente preso il sopravvento sulla sua leggerezza, rivelando un temperamento profondamente pessimista’. Figlio della tragedia, il filosofo è cresciuto in una famiglia di immigrati polacchi decimati dall’Olocausto. Finkielkraut divenne una delle figure principali dell’intellighenzia francese. ‘Ho iniziato una critica della modernità, passando dal principio di speranza a quello di responsabilità’, dice. ‘Non credo nell’utopia, in un futuro migliore. Penso al contrario che molte cose siano sempre più fragili. Quindi mi sono mosso nella direzione di preservare la cultura, la nazione, la bellezza del mondo contro la devastazione”. Nel 2013 pubblica “L’Identité malheureuse”, un successo editoriale che gli è valso un torrente di critiche. “È accusato di rendere l’immigrazione responsabile della crisi di identità che sta attraversando la Francia e di contribuire alla ‘lepenizzazione’ delle menti. ‘Finkielkraut è un uomo dell’Illuminismo sopraffatto dal fatto che il mondo della ragione si sta fratturando’, dice la giornalista e polemista Elisabeth Lévy, che ha animato con lui un programma su RCJ (radio della comunità ebraica). ‘Ma è anche la persona più divertente che conosca. Ha una distanza da se stesso che lo rende il primo bersaglio del suo umorismo”.