scrive il Sunday Times (10/3/2019)

“Se trent’anni fa mi aveste detto che entro il 2019 l’America si sarebbe ritrovata in un’altra Guerra fredda, contro un’altra superpotenza comunista, non vi avrei creduto”, ha scritto sul Sunday Times lo storico di Harvard Niall Ferguson. “Se mi aveste detto, allo stesso tempo, che il socialismo sarebbe stato l’apice della moda politica tra i giovani americani, vi avrei consigliato di andare dallo psichiatra. E invece eccoci qui. Tre decenni fa, Francis Fukuyama pubblicava il suo fondamentale articolo su ‘La fine della storia’, salutando la vittoria del capitalismo liberale su tutti i suoi oppositori ideologici, ma sopratutto sul comunismo. L’articolo che si dovrebbe scrivere oggi è ‘La sovversione della storia’. Nel 2016 una Guerra fredda tra Stati Uniti e Cina sembrava una fantasia febbrile di Steve Bannon e di una sparuta minoranza di accademici. Persino le minacce di Donald Trump, in campagna elettorale, di imporre dazi sui prodotti cinesi mi sembrava reminiscenze di un’altra epoca. Ricordo di aver snocciolato pazientemente le mie osservazioni sul fatto che l’amministrazione Trump dovesse piuttosto migliorare le proprie relazioni con la Cina e la Russia e indurre i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu ad agire come agirono le cinque grandi potenze dopo il Congresso di Vienna, per mantenere un bilanciamento di potere globale. All’epoca stavo leggendo troppo Henry Kissinger, mentre avrei dovuto ascoltare di più Graham Allison, un altro veterano degli studi sulla sicurezza nazionale americana formatosi ad Harvard. Quando mi disse che stava scrivendo un libro sulle relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti dal titolo ‘Destinati alla guerra’ ero incredulo. Chapeau, Graham. Avevi ragione. ‘Quando una potenza emergente minaccia di sostituire chi detiene il potere’, ha scritto Allison, ‘dovrebbero suonare i campanelli d’allarmi: c’è un pericolo all’orizzonte. La Cina e gli Stati Uniti sono in rotta di collisione. La guerra tra gli Stati Uniti e la Cina nei decenni a venire non è soltanto possibile, ma molto più probabile di quanto non si voglia riconoscere. In effetti, guardando alla storia, la guerra è molto più probabile che improbabile’. Durante la Guerra fredda il lancio del satellite sovietico Sputnik nel 1957 fu il momento in cui l’America si accorse della minaccia rossa. Non sono sicuro di quale sia il momento Sputnik della Cina: forse la pubblicazione, l’anno scorso, di ‘AI Superpowers: China, Silicon Valley and the New World Order’, di Kai Fu Lee. Attaccare la Cina non è più soltanto una questione di politiche commerciali inique e la perdita di lavori manifatturieri nel Midwest. La guerra commerciale lanciata da Trump l’anno scorso contro la Cina si è trasformata in un conflitto tecnologico, incentrato sulle reti 5G, l’intelligenza artificiale, i pagamenti online e il quantum computing. Ovviamente vi è anche una corsa alle armi alla vecchia maniera, visto che la Cina si sta dotando di missili capaci di abbattere portaerei. Eppure non è questo a rendere la Seconda guerra fredda interessante. Proprio come durante la Prima guerra fredda, le due superpotenze sono ideologicamente divise: da un lato il presidente Xi Jinping che reitera l’importanza del marxismo come fondamento ideologico del partito, dall’altro Trump che insiste che ‘l’America non sarà mai un paese socialista’. Come nella Prima guerra fredda, entrambe le superpotenze stanno cercando di proiettare la propria forza economica oltremare. Quindi, quali sono le differenze principali? Primo, la Cina ha un pil comparabile a quello americano, mentre l’Urss non ci andò mai vicina. Secondo, la Cina e l’America sono economicamente interconnesse in un modo che ho una volta definito ‘Chimerica’, mentre il commercio tra americani e sovietici fu sempre minimo. Terzo, ci sono centinaia di migliaia di studenti cinesi in America (tra i 350 e i 400 mila) e 2,3 milioni di immigrati cinesi (metà dei quali naturalizzati), mentre il numero di cittadini sovietici in America rimase sempre ridotto. La Cina pare un’antagonista ben più formidabile di quanto non fosse l’Unione Sovietica: demograficamente, economicamente e tecnologicamente. Per molti paesi, inclusi alleati di ferro degli Stati Uniti come l’Australia, la forza economica di Pechino è difficile da ignorare. Io, però, sono più preoccupato dai nemici interni all’America, che sono sicuramente più numerosi rispetto alla Guerra fredda. Non mi riferisco agli immigrati cinesi, anche se temo che una nuova Guerra fredda potrebbe mettere in crisi la loro lealtà, proprio come per i tedeschi-americani e i giapponesi-americani durante le due guerre mondiali. No, la mia preoccupazione è per gli americani di nascita la cui antipatia per Trump sta guidano in direzioni strane. La moda del socialismo tra gli elettori democratici è un segno dei tempi. L’eroina della sinistra, Alexandria Ocasio-Cortez, ha contribuito molto a rendere il socialismo una cosa sexy su Capitol Hill, quest’anno. Ancor più disturbante, perché più sottile, è il modo in cui la deputata democratica Ilhan Omar, del Minnesota, stia rendendo accettabile l’islamismo. La scorsa settimana lei e i suoi alleati hanno conseguito una vittoria significativa, trasformando una risoluzione volta a condannare gli attacchi antisemitici della Omar in una che condanna ‘le discriminazioni contro i musulmani e il pregiudizio verso le minoranze’, scaricando la colpa di chi ‘strumentalizza l’odio’ sui ‘suprematisti bianchi’. E’ divertente che la Omar non abbia nulla da dire sulla persecuzione da parte di Pechino degli Uighurs, una minoranza musulmana nella provincia di Xinjiang, centinaia di migliaia dei quali sono detenuti in ‘centri di addestramento professionale’. Durante la Guerra fredda questi campi si chiamavano gulag. Che succederebbe se entrassimo in una nuova Guerra fredda e metà del paese si alleasse col nemico? Non sarebbe la fine della storia, ma potrebbe essere la fine della libertà”.