scrive Le Point (28/3/2019)

“Una ondata di caldo colpisce una grande città europea in inverno quando un asteroide si avvicina alla Terra. Gli abitanti scendono per la strada, scrutano il meteorite che sta crescendo visibilmente. Poi uno strano personaggio, Philippulus, vestito di bianco e con una lunga barba, arringa la folla, esclamando: ‘Questa è la punizione, fate penitenza la fine dei tempi è arrivata’. Sorridiamo alla vista di questo personaggio, tanto più che la scena è in un libro a fumetti, ‘La misteriosa stella’ di Hergé. Ma i Philippulus abbondano in questi giorni e si siedono più o meno in tutti i media, organismi ufficiali, a cominciare dal nostro ex ministro della Transizione ecologica Nicolas Hulot”. Così scrive Pascal Bruckner. “Cosa dicono i catastrofisti? Che il pianeta sta morendo, l’uomo è colpevole di averlo devastato. In cinque anni, dieci anni, diventerà inabitabile, la maggior parte delle specie saranno scomparse, terremoti, inondazioni, siccità aumenteranno, le guerre devastano i popoli. L’umanità ha peccato per orgoglio, si espierà. Di fronte alle calamità imminenti che si accumulano, il disastro è l’ipotesi più ragionevole. Questo accumulo di notizie spaventose solleva un’obiezione: se è corretta, perché non crogiolarsi nel frattempo in attesa del diluvio? A che serve pubblicare nuovo libri, mobilitare le coscienze visto che è troppo tardi? Se tutto è perduto, perché ribellarsi? Il catastrofismo è prima di tutto una convenienza intellettuale. Semplifica tutto. L’unica opzione rimasta è la sopravvivenza, cioè l’abilità del più forte. Non è sorprendente che i proseliti del cataclisma appartengano principalmente alle classi benestanti, coloro che si preoccupano della fine del mondo più che arrivare alla fine del mese. Il disastro non è la loro ossessione ma il loro godimento. Curiosamente, questo discorso della maledizione è impenetrabile al dubbio. L’Apocalisse è la nostra unica possibilità di salvezza. Abbiamo collettivamente bisogno di una buona correzione. È forse lo scopo di questo rumoroso tamburo del panico che suoniamo nelle nostre orecchie: prepararci a piegare le spalle, a renderci docili. Invece di incoraggiare la resistenza – le società umane sopravvivono alle peggiori calamità e sviluppano un’intelligenza di pericoli – si diffondono sofferenza e passività. Grand Guignol con vernice scientifica. C’è una malinconia del discorso ambientale schiacciato dalla grandezza dei compiti: limitare il riscaldamento, salvare le specie, compresi gli insetti, le api, i lombrichi, modificare i modi di vita, pulire gli oceani, i fiumi, riparare i siti contaminati. Abbiamo creato generazioni di bambini terrorizzati dalla propaganda degli adulti. È sorprendente scoprire in esse le parole che sono state messe nelle loro bocche, e questo infantile ventriloquio, incarnato dalla musa della protesta verde, la giovanissima svedese Greta Thunberg. Dietro il grande corno dalla vernice scientifica, c’è qualcosa di rassicurante. Non hai bisogno di inventare soluzioni, devi solo cavartela nel tuo angolo, trasformare la tua spiritualità ‘chiavi in ​​mano’ in comunità rurali autosufficienti. Ma non c’è ecologia che sia anche una politica del possibile e del compromesso, vale a dire del lungo tempo. Nessuna ecologia senza un reciproco amore per l’umanità e la natura, senza preoccuparsi della bellezza del mondo e della sua conservazione. Finché questa corrente rimane nel registro millenario – l’umanità deve riparare i suoi guasti ed entrare in contrizione – non riuscirà a convincere. Si noti che questo pathos dell’abisso domina soprattutto nella vecchia Europa e negli Stati Uniti, come se il disfattismo fosse la seconda casa dei vecchi privilegiati che hanno rinunciato a costruire il futuro. La voluttà del caos sembra andare di pari passo con la rinuncia al combattimento. La preoccupazione ambientale è universale, la paura della fine del mondo è puramente occidentale. Non dice nulla sullo stato del pianeta, ma molto dell’Occidente. Per quanto riguarda il futuro del globo, e senza pregiudicare la sua evoluzione, è bene ricordare questo avvertimento: ‘Tutto è stato pianificato, naturalmente, eccetto quello che accadrà’ (René de Lacharrière, 1915-1992)”.