scrive il Times of Israel (7/4/2019)

Caro Mondo,
questa settimana in Medio Oriente accade una cosa incredibile” scrive Michael Dickson. “Tienilo presente, perché i tuoi mass-media potrebbero non raccontarla in questo modo. Milioni di cittadini, uomini e donne, indipendentemente da sesso, etnia o religione, vanno alle urne. Queste elezioni autentiche e totalmente libere si svolgono in una società democratica, sotto il controllo di un sistema di informazione indipendente, aperto e senza limitazioni. Verranno fatte scelte libere, la voce dei cittadini verrà ascoltata e il governo cambierà di conseguenza. La cosa sorprendente è che tutto questo non sarà per nulla sorprendente, poiché queste elezioni si tengono qui in Israele esattamente come si sono tenute sin dal momento in cui venne istituito lo stato ebraico settant’anni fa. Cerca Israele sulla carta geografica, zooma all’indietro e vedrai quanto questo fatto è unico e speciale. Nonostante le sanguinose convulsioni della “primavera araba”, Israele rimane un’isola diversa dai suoi vicini, come è sempre stato: è ancora l’unica vera democrazia in Medio Oriente, e una democrazia solida. A nord di Israele, il governo libanese è pregiudicato da Hezbollah, l’organizzazione terroristica al servizio dell’Iran che fa parte del governo al potere, mentre la Siria va avanti con l’atroce massacro di centinaia di migliaia di suoi cittadini, e la società chiusa iraniana, che ha appena celebrato quarant’anni dalla rivoluzione islamista, ha prodotto una serie di elezioni palesemente truccate. A est di Israele, un regno giordano dove si tengono elezioni solo parzialmente libere e che sente sul collo il fiato delle rivoluzioni arabe scivolate nell’islamismo. A sud, un Egitto non democratico dove i cristiani temono per la propria vita e ogni critica viene soffocata. E non si dimentichi il presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il cui mandato di quattro anni è scaduto più di dieci anni fa e non si vedono elezioni all’orizzonte. Né Gaza i cui abitanti, nonostante le recenti proteste contro il dominio dittatoriale, continuano a vivere sotto il pugno di ferro di Hamas che schiaccia ogni dissenso. Ora zooma di nuovo su Israele, l’unico paese ebraico al mondo, nel quale ogni cittadino esercita la facoltà di dire la propria su chi sta al governo. Quasi quaranta partiti si contenderanno i voti espressi in più di 10mila seggi elettorali. Gli israeliani decideranno la leadership che ritengono migliore per il loro paese in una votazione libera e corretta, che darà vita a una Knesset (parlamento) proporzionalmente rappresentativa. Sulla decisione del voto influirà una miriade di questioni: guerra e pace, sanità, istruzione, questioni socio-economiche, costo della vita, trasporti, alleanze straniere, rapporto stato-religione, legalizzazione della marijuana e altro ancora. Giustamente Israele non si paragona ai paesi confinanti della regione, ma alle democrazie liberali che hanno un paio di secoli di esperienza democratica alle spalle. Il successo straordinario del moderno Israele è che, sin dalla sua rinascita nel 1948, pur accogliendo e assorbendo – come ha fatto – un caleidoscopio di genti da paesi, tradizioni e sistemi politici diversi, è rimasto un faro di democrazia in un mare di dittature. Come disse Winston Churchill nel 1947, “la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte le altre forme che sono state sperimentate finora”. Più di recente l’ex dissidente sovietico Natan Sharansky ci ha ricordato che la democrazia non è solo la possibilità di votare: è la possibilità che “chiunque all’interno di una società vada nella pubblica piazza a dire ciò che vuole senza paura d’essere punito per le sue opinioni”. Questo è Israele, dove il dibattito è sempre vivace e vigoroso, le libertà sono tutelate e dove – nonostante le costanti e temibili minacce strategiche ai confini – la democrazia è reale e tangibile. La politica israeliana è complessa, confusa, rumorosa e caotica. La posta in gioco è alta, forse ben più alta che altrove essendo un paese che si trova in una regione prevalentemente ostile, in cui la democrazia è l’eccezione anziché la regola. Gli israeliani mirano a una società giusta ed equa, desiderano la pace con i loro vicini, vogliono offrire ai propri figli la migliore educazione possibile. Come tutti, fanno del loro meglio e inevitabilmente a volte falliscono. Come al solito, i nemici esterni di Israele stanno già preparando le loro frecciate su quanto saranno problematici i risultati delle elezioni, che ancora non si sono tenute. Scelgono accuratamente e amplificano le critiche che gli stessi israeliane fanno a se stessi, senza rendersi conto (o fingendo di non vedere) che solo in questo fazzoletto di terra in tutto il Medio Oriente si può criticare e persino inveire contro il governo, sia nella pubblica piazza che nella stampa o su internet. Non ci saranno foto commoventi di israeliani che gioiscono per il loro diritto di votare: qui in Israele è un diritto che diamo per scontato. Caro Mondo, questa settimana accade una cosa straordinaria in Israele. Come per tutti i risultati di elezioni vere, potrai gradire o non gradire i risultati. Ma Israele è un esempio eccezionale di autogoverno democratico: dovresti celebrarlo o, come minimo, rispettarlo”.