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scrive il Jerusalem Post (12/4/2019)

“Israele è la decima democrazia più antica del mondo” scrive Yaakov Katz. “Sin dal suo inizio, ha avuto uguali diritti per tutti i cittadini, incluso il diritto di voto. Uomini e donne, ebrei, arabi, drusi e altri hanno tutti usufruito di questa vera e tangibile cultura dell’uguaglianza. Einat Wilf, una ex parlamentare laburista, lo ha spiegato bene: “Nessuna guerra civile, nessun colpo di stato militare, nessuna sospensione delle elezioni, suffragio universale fin dal primo giorno. Sin dai tempi dei primi congressi sionisti (fine del XIX secolo, ndr), siamo gli eredi di una lunga tradizione di democrazia e di rispetto”. E questo merita davvero: rispetto. Israele ha dimostrato ancora una volta che, malgrado viva nella regione più pericolosa del mondo accanto a dittature feroci e nemici votati alla sua distruzione, è una nazione che celebra la vita, la libertà e la democrazia. Dico questo perché, al di là di ogni considerazione, c’è qualcosa di condiscendente e paternalistico nel modo in cui molte persone al di fuori di questo paese ritengono di dover dire agli israeliani non solo come votare, ma anche quanto hanno sbagliato a votare. È perfettamente lecito esprimere un’opinione: sa il Cielo quanto lo facciamo noi qui in Israele da sempre. Ma quando la gente afferma che “Israele ha perso” per via dei risultati delle elezioni e che ora non merita più d’essere difeso, questo è offensivo. Gli israeliani possono apprezzare consigli, esortazioni ed anche ammonimenti, ma quando sentono dire che i risultati delle elezioni rappresentano un colpo fatale per la loro democrazia, per lo più fanno una cosa sola: smettono di ascoltare. Quindi, ecco il mio semplice suggerimento: non dovete per forza essere d’accordo con la scelta fatta dagli israeliani, ma non trattate con paternalistica superiorità un’intera popolazione che si permette la libertà di scegliere”

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