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scrive Le Figaro (7/6/2019)

“Per comprendere il politicamente corretto, non dobbiamo semplicemente vederlo come un incentivo per un pensiero coerente nel campo dei media, ma piuttosto come un principio di ricomposizione dello spazio pubblico, secondo la logica del progressismo obbligatorio” scrive il filosofo canadese Mathieu Bock-Coté. “Il nostro tempo è quello della rivoluzione della diversità. È accompagnato da un dispositivo inibitorio che censura e induce auto-censura in tutti coloro che si oppongono in un modo o nell’altro. Lo fa essenzialmente per patologizzare il dissenso e, più precisamente, per psichiatrizzarlo. Lo vediamo dall’inquietante moltiplicazione delle ‘fobie’ che gli analisti ritengono di dover diagnosticare, prima di invitarci a combatterle in nome della società aperta contro la società chiusa. Xenofobia, islamofobia, europobia, transfobia: questi termini sono diventati categorie di analisi del linguaggio mediatico ordinario, senza alcuno sforzo per definirli, senza riconoscere anche che sono meno descrittivi e più prescrittivi. Sono usati come se fossero dati per scontati dalla maggior parte dei giornalisti e commentatori, che non si rendono conto, usandoli, che rivelano il pregiudizio ideologico. La semplice critica dell’immigrazione di massa e del multiculturalismo è assimilata sempre più alla xenofobia. Nello stesso spirito, colui che desidera ripristinare la sovranità nazionale sarà accusato di cadere nell’europobia e colui che metterà in discussione, anche più educatamente possibile, la teoria del genere sarà accusato di transfobia (…) I campus americani sono un notevole concentrato di questa diversa ideologia. Ma le idee che ne derivano, come la sociologia razziale, gli spazi sicuri, i codici che limitano la libertà di espressione, o questa nuova abitudine di docenti disinvitati se ritenuti controversi dalla sinistra radicale, si stanno normalizzando molto rapidamente (…) E’ del tutto possibile che stiamo andando verso la catastrofe e che gli ultimi difensori della nostra civiltà saranno obbligati a ripiegare sulla strategia dell’oasi. Non sono un maestro di pessimismo. Non voglio credere in una civiltà occidentale una volta per tutte disorientata e che decostruisce i suoi fondamenti antropologici, soffocata dalla correttezza politica, incapace di difendere i suoi confini, dove ogni nazione sarebbe ossessionato dalla paura di diventare straniera in casa”.

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