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scrive Bloomberg (6 giugno 2019)

“Molti turisti visitano Israele per le sue bellezze storiche e religiose, mentre altri lo vivono attraverso la lente del conflitto politico”, spiega il professore di economia della George Mason University, Tyler Cowen. “Nell’ultimo mezzo secolo, Israele è passato dall’essere un paese relativamente povero a uno dei 25 paesi al mondo col più alto reddito pro capite. La ricetta per riuscirci è stata un mix di costante apertura commerciale, integrazione nell’economia globale, liberalizzazione economica ed enormi investimenti, spesso governativi, nella tecnologia e nelle start-up. Uno dei segreti di questo successo è stata la massiccia e costante immigrazione. Per circa un decennio, all’indomani del crollo dell’Unione Sovietica, Israele ha accolto un grande numero di ebrei sovietici, aumentando la popolazione in età da lavoro del 15%. Pur con tutti i problemi che hanno accompagnato questa come tutte le immigrazioni precedenti, tuttavia, dopo alcuni anni di aggiustamento, l’afflusso degli anni ’90 ha contribuito molto all’economia del paese, senza intaccare il livello generale delle retribuzioni: certo, apportò una maggiore offerta di forza-lavoro, ma anche più consumatori e più risorse umane di qualità. Anche a livello microeconomico, Israele ha ottenuto successi importanti. Uno su tutti, vista l’aridità della regione, quello relativo all’approvvigionamento di acqua, che oggi di fatto non è più un problema (sebbene richieda attenzione costante) grazie a un mix di innovazioni tecnologiche (dall’irrigazione goccia a goccia computerizzata, fino ai più moderni impianti per la desalinizzazione) e una energica e costante campagna governativa volta a combattere gli sprechi e promuovere il riciclo. Basti pensare che dal 1964 al 2013 la popolazione israeliana è quadruplicata, ma il consumo di acqua è rimasto praticamente invariato. Oggi Israele è leader mondiale nel trattamento dei problemi idrici ed esportatore di sofisticati sistemi per la gestione delle risorse idriche. E la crisi finanziaria del 2008-2009? Ebbene, Israele disponeva di una buona regolamentazione bancaria, che gli risparmiò i peggiori eccessi del mercato immobiliare che colpirono Irlanda, Islanda e Stati Uniti. Ovviamente vide le sue esportazioni danneggiate dalla recessione globale, ma il paese rispose con una modesta espansione fiscale e un programma monetario anti-ciclico molto forte, in gran parte riuscito. Nonostante si registrino ancora problemi per quanto riguarda gli standard di vita e le diseguaglianze salariali – scrive Cowen – Israele rimane un classico esempio di come la scienza economica possa funzionare. E conclude: “Una delle cose più facili da sostenere, per un commentatore economico, è che la scienza macroeconomica ci ha deluso e che la microeconomia non coglie mai la piena complessità del comportamento umano. Sono argomenti validi, ma questi commenti trascurano spesso i casi riusciti di economia applicata: non prendono in considerazione gli esempi in cui il pensiero economico ha funzionato, per confrontarli con i casi in cui ha fallito. Dunque, la prossima volta che leggerete un attacco all’economia neoclassica, fermatevi un momento a considerare il caso di Israele”.

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