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scrive The Atlantic (23 maggio 2019)

“La chiamata arrivò nel 2014, poco dopo Pasqua. Quattro anni più tardi, la famiglia di Catrin Almako aveva fatto domanda per dei visti speciali per entrare negli Stati Uniti”. Inizia così, sull’Atlantic, un lungo reportage di Emma Green sulla fuga dei cristiani dall’Iraq. “Il marito di Catrin, Evan, si era tagliato i capelli per l’esercito americano nei primi anni dell’occupazione dell’Iraq. All’altro capo del telefono c’era un funzionario dell’Organizzazione internazionale per la migrazione. ‘Sei pronto? chiese. Alla famiglia era stata assegnata una data di partenza di lì a poche settimane. ’Ero così confusa’ mi ha detto Catrin di recente. Negli anni in cui aspettavano il visto, Catrin ed Evan avevano dibattuto se volessero davvero lasciare l’Iraq o meno. Entrambi erano cresciuti a Karamles, una piccola cittadella nel cuore storico del cristianesimo iracheno, la piana di Nineveh. Evan aveva un negozio da barbiere vicino a una chiesa. Catrin amava la sua cucina, dove passava le giornate a cucinare pasta ripiena di noci e datteri. Le loro famiglie vivevano lì: i cinque fratelli e sorelle e i genitori di lei, i due fratelli di lui. Però vivevano anche in costante pericolo. ‘Chiunque collaborasse con l’esercito americano veniva ucciso’ dice Catrin. Evan era rimasto ferito in un’esplosione vicino alla base militare americana di Mosul, nel 2004. Catrin si preoccupava del fatto che Evan guidasse avanti e indietro dalla base su autostrade che attraversavano alcuni dei più contesi territori iracheni. Anche dopo che aveva smesso di lavorare per l’esercito, temevano che lui potesse essere vittima di violenze. Quel timore era aggravato dalla loro fede: durante la guerra, i ribelli attaccavano costantemente le città e le chiese cristiane, come parte di una campagna del terrore. Gli Almako avevano visto vicini e amici arrovellarsi nello stesso dubbio: rimanere o andarsene? Ora, sempre più cristiani della regione decidevano di andarsene. Il grafico del declino della religione nel medio oriente si è di recente trasformato da una curva discendente a un burrone improvviso. Le cifre dell’Iraq sono particolarmente allarmanti: prima dell’invasione americana, nel paese vivevano almeno 1.4 milioni di cristiani. Oggi ne rimangono meno di 250mila: una diminuzione dell’ottanta per cento in meno di due decenni. Lo stato precario del cristianesimo in Iraq è tragico di per sé. Presto il mondo assisterà alla sostituzione permanente di un’antica religione e di un antico popolo. Gli autoctoni di questa regione condividono più di una fede: si chiamano Suraye, e reclamano un legame con gli antichi popoli che abitavano questa terra ben prima della nascita di Cristo. Hanno, tuttavia, un alleato potente quanto influente: il governo degli Stati Uniti che, sotto la Presidenza di Donald Trump, ha fatto del sostegno al cristianesimo in medio oriente una priorità ancora più esplicita della politica estera americana di quanto non lo fosse già sotto George W. Bush o Barack Obama. Da quando Trump si è insediato, la piana di Nineveh ha ricevuto significative quantità di investimento da parte dell’amministrazione americana. In parte, questa posizione di politica estera è radicata nella politica interna. Agli elettori conservatori che hanno contribuito ad eleggere Trump importa molto dei cristiani oppressi, e veicolano questa preoccupazione a Washington DC tramite meccanismi d’influenza eccezionalmente efficaci. L’oppressione dei cristiani nella regione è d’altronde una causa naturale da intraprendere per un’amministrazione che concepisce la politica estera come una lotta per mantenere la preminenza globale dell’occidente. Per Trump, il cristianesimo può essere un baluardo dei valori occidentali in una regione piena di presunti nemici. I funzionari dell’amministrazione Trump sostengono che nel lungo periodo avere una popolazione cristiana ridotta nella piana di Nineveh danneggerà la regione. In un certo senso, è vero. Meno cristiani significa meno rappresentanza nel governo iracheno e meno possibilità che Baghdad risponda ai bisogni dei cristiani. Una comunità cristiana più piccola potrebbe anche rinforzare i nemici della diversità. I paesi con più libertà religiosa tendono ad avere livelli più bassi di xenofobia e violenza a base religiosa. L’amministrazione Trump ha adottato la posizione che proteggere i cristiani e altre minoranze sia un aspetto chiave della sicurezza del medio oriente. Se i cristiani fossero eliminati dalla piana di Nineveh, ‘credo che si accollerebbe la creazione di un vuoto governativo, che è solitamente riempito da gente non commendevole’ mi ha detto Mark Green, direttore di USAID. Per la maggior parte, i soldi americani sono andati a ricostruire scuole, cliniche ospedaliere e sistemi idroelettrici. Senza queste infrastrutture, è difficile vedere come i cristiani possano voler rimanere nella regione. Thabet, sacerdote e uno dei fratelli di Catrin che ancora vive a Karamles, mi dice che se i cristiani continuano a lasciare la piana di Nineveh, e altre zone come questa, una potente storia volgerà al termine. Nella mentalità protestante degli Stati Uniti, il corpo della Chiesa è dovunque si trovi il suo popolo. Per gli antichi gruppi cristiani dell’Iraq, non è così. Le persone che ho incontrato mi hanno costantemente ricordato che la cultura assira è stata fondata prima del cristianesimo. Indicano i resti degli antichi acquedotti e i tumuli degli stabilimenti come prova di un impero regionale un tempo vibrante. Per loro, il cristianesimo non è soltanto una fede. E’ un attaccamento a un luogo, a una lingua, a una nazionalità. Con tutti sparsi per paesi e continenti, quel senso di identità – come popolo, non solo come membri di una religione – è ben più difficile da mantenere. Mettere in salvo il destino della piana di Nineveh è cruciale ‘per proteggere la nostra identità, il nostro patrimonio, la nostra lingua’ mi dice Thabet. ‘Noi siamo il popolo d’origine dell’Iraq’”.

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