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scrive The Spectator (18/4)

“La storia ci insegna che la peste tende ad avere degli effetti devastanti nei grandi imperi con frontiere porose: chiedete agli imperatori romani Marco Aurelio e Giustiniano” scrive lo storico di Stanford, Niall Ferguson. “Le città-stato sono generalmente più adatte a tenere lontani i patogeni nonostante ci siano alcune eccezioni alla regola, a partire dall’Atene di Pericle. Uno dei motivi per cui sono falliti tutti i tentativi di unire l’Europa – dai tempi di Carlo Magno a Napoleone – è che la frequenza delle pandemie ha favorito gli stati più piccoli, che sono spesso protetti da grandi mura e recinzioni. Nessun impero europeo era in grado di conquistare i propri vicini, dato che il tifo terminava tutte le campagne militari prima che venisse raggiunto un risultato. L’anno scorso il nuovo Global health security index ha classificato gli Stati Uniti e la Gran Bretagna rispettivamente al primo e al secondo posto per le ‘misure di prevenzione per la sicurezza della salute globale’. Sbagliato. Una nuova classifica del Deep knowledge group che misura la reazione globale al coronavirus colloca Israele, Singapore, Nuova Zelanda, Hong Kong e Taiwan in cima alla graduatoria. Il punto è che esistono delle diseconomie di scala quando bisogna affrontare un virus. Quattro di questi piccoli stati avevano delle ragioni per essere paranoici e per temere i pericoli di un coronavirus fatto in China. Avevano imparato la lezione della Sars e del Mers (anche causato dal coronavirus). Al contrario, i grandi paesi – la Cina, gli Stati Uniti e l’Ue – hanno gestito l’emergenza in modo terribile, ciascuno a modo suo. I vincitori nel breve termine sul Covid-19 non sono gli imperi ma le città-stato, Israele, Singapore e Taiwan”.

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